Il potere delle parole: Ciò che non si nomina non esiste
- Eduardo Montoya
- 6 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Per secoli il linguaggio è stato profondamente maschile. Presidenti, ministri, senatori, giudici e sindaci venivano nominati sempre al maschile, non necessariamente perché le regole grammaticali lo imponessero, ma perché le donne semplicemente non occupavano quegli spazi di potere. Tuttavia, man mano che la loro presenza nella vita pubblica è diventata sempre più visibile, anche la lingua ha iniziato a trasformarsi. Oggi, in molte parti del mondo, esiste una discussione aperta sul fatto che le cariche istituzionali possano essere nominate anche al femminile, come presidente, ministra, governatrice o giudice.

La lingua di fronte al cambiamento sociale
Le lingue romanze, come lo spagnolo e l’italiano, funzionano attraverso sistemi di genere grammaticale. Tradizionalmente il maschile è stato utilizzato come forma generica per indicare cariche o professioni, anche quando queste erano esercitate da donne. Per questo motivo è stato a lungo comune sentire espressioni come la presidente, la ministro o la giudice. Con la crescente partecipazione femminile alla vita pubblica e a professioni storicamente maschili è emersa una domanda fondamentale. Il linguaggio deve adattarsi per riflettere questa nuova realtà?
Per molti linguisti e movimenti sociali la risposta è affermativa. Il principio è semplice. Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce anche a costruirla. Da qui la diffusione di una frase diventata ormai emblematica in questo dibattito, “ciò che non si nomina non esiste”.

Il caso italiano: tra tradizione e trasformazione
L’Italia offre un esempio particolarmente interessante di questa discussione. L’istituzione linguistica più influente del paese, l’Accademia della Crusca, ha sostenuto in diverse occasioni che l’uso del femminile per le cariche pubbliche è grammaticalmente corretto e raccomandabile quando la funzione è esercitata da una donna. Secondo l’Accademia, parole come ministra, sindaca, magistrata o avvocata seguono le normali regole di formazione dell’italiano e riflettono l’evoluzione sociale del paese.
L’istituzione ricorda inoltre che per secoli molte di queste cariche sono state occupate esclusivamente da uomini e per questo motivo il femminile semplicemente non era necessario. Oggi invece l’uso di queste forme contribuisce a rendere visibile la presenza femminile in ambiti che in passato erano loro preclusi.
Il consenso tuttavia non è assoluto. In Italia alcune parole continuano a generare discussione. Molti linguisti considerano ad esempio corretto dire la presidente invece di presidenta, poiché i sostantivi che terminano in “e” possono funzionare come nomi comuni di genere e il genere viene determinato dall’articolo che li accompagna.
Nonostante ciò, l’uso sociale continua a evolversi e diventa sempre più frequente trovare il femminile nei documenti ufficiali, nei mezzi di comunicazione e nei discorsi pubblici.
Linguaggio, potere e rappresentazione
Al di là delle regole grammaticali, il dibattito sull’uso del femminile rivela una questione più profonda, il rapporto tra linguaggio e potere. Per secoli le parole che designavano l’autorità sono state costruite al maschile perché l’autorità stessa era riservata agli uomini. Oggi, quando le donne occupano ministeri, presidenze, amministrazioni comunali o tribunali, la lingua si trova di fronte a un processo di adattamento inevitabile. Alcuni difendono l’evoluzione verso forme femminili per riflettere una società più egualitaria. Altri ritengono che la grammatica non debba trasformarsi per ragioni politiche.

Ciò che è certo è che la lingua, come ogni organismo vivo, cambia con il tempo. In questo cambiamento si riflette anche la storia delle società che la parlano.
In fondo la discussione su presidente, ministra o giudice non riguarda soltanto le parole. Riguarda piuttosto chi occupa il potere e il modo in cui la lingua sceglie di nominarlo.





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