Il treno che non presi
- Eduardo Montoya
- 8 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min
O come un ritardo tra Firenze e Milano mi abbia insegnato qualcosa di molto prezioso sul tempo. Avevo il treno alle 11:42. Lo persi. E fu la cosa migliore che potesse capitarmi da molto tempo, perché da quell’evento sfortunato sarebbe arrivata una grande lezione.

Era l’ultima mattina a Firenze prima di proseguire per Milano. Erano giorni che camminavo in fretta per la città, come volendo attraversare ognuna delle sue strade, mangiando nei ristoranti che l’algoritmo ti mostra, dormendo sui treni per sfruttare gli spostamenti, una vacanza di quelle che uno pianifica con cura e poi, nel momento stesso, crede di godersi senza sensi di colpa. Arrivai alla stazione di Santa Maria Novella appena in tempo, vidi il tabellone e lessi la parola che nessun viaggiatore vuole vedere “Cancellato”. Il treno successivo partiva tre ore dopo.

Misi il telefono in tasca e uscii a camminare. Non c’era nulla di urgente da fare, nessuna tappa turistica che mi mancasse da fotografare, solo tre ore senza forma, senza destinazione.

A due strade dalla stazione trovai un bar senza nome. Entrai perché aveva un buon profumo, mi sedetti al bancone e ordinai un espresso, fu allora che notai l’uomo alla mia sinistra, avrà avuto settant’anni, coppola, occhiali e una giacca marrone, grandi mani appoggiate sul marmo. Non aveva telefono, non leggeva, non faceva nulla che io potessi descrivere, guardava davanti a sé con un’espressione che non era né tristezza né noia, pura presenza, quella di qualcuno che non è diviso tra dove si trova e dove dovrà essere più tardi.

Il barista gli portò un altro espresso senza che lui lo chiedesse, lo bevve in due sorsi, io finii il mio in un sorso solo, come sempre, e rimasi con le mani vuote, ne ordinai un altro. Questa volta lo bevvi lentamente.
Rimasi lì a lungo, senza una ragione particolare. A un certo punto l’uomo si alzò, lasciò qualche moneta sul bancone e se ne andò. Non seppi mai chi fosse né dove stesse andando. Ma qualcosa nel suo modo di occupare quello spazio, senza giustificarsi, senza avere fretta, mi rimase impresso in un modo che ancora oggi non so spiegare del tutto.
Presi il treno successivo, arrivai a Milano, continuai il viaggio, ma qualcosa era cambiato, cominciai a rimanere ai tavoli dopo aver finito di mangiare, ascoltando le conversazioni intorno senza capire quasi nulla, semplicemente godendomi il suono dell’italiano, a chiedere il conto solo quando fossi stato pronto io.

Sono tornato ormai da diversi mesi. La vita ha ripreso il suo ritmo, come sempre, ma è rimasto qualcosa di quella mattina a Firenze, l’istinto di chiedermi se ciò che sto per fare meriti un’attenzione completa o se io stia semplicemente passandoci attraverso.





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